Basi filosofiche e pratiche
Il movimento filosofico saiva raggiunse il suo apice dall'VIII al XII secolo d.C. Il monismo saiva del Kashmir ha un approccio pragmatico, non è idealista come l'Advaita Vedanta e il Buddhismo.
L'universo non è un miraggio ma reale per tutti gli scopi pratici, esiste nella realtà assoluta sotto forma di consapevolezza pura, illimitata e comprensiva. Quella consapevolezza è chiamata Parama Siva e l'universo non è altro che una manifestazione oggettiva dei suoi poteri divini.
Nel suo aspetto statico è chiamato Siva e le manifestazioni della sua
divinità sono comprese nella sua Sakti.
Entrambi sono solo due aspetti di una stessa realtà assoluta,
onnipotente e indipendente.
Quindi Siva, il principio maschile nel suo stato di quiete, è intero e assoluto, ma nel suo stato manifestato diventa Shakti.
L'uno diventa molti nel suo stato attivo, ma allo stesso tempo mantiene la sua unità e perfezione.
Il mondo apparente nella filosofia Saiva è una cosa da godere, mentre nel sistema Vedanta è falso e illusorio.
Il Kashmir Saivismo non accetta restrizioni basate sulla casta, la fede, il colore o il sesso, ecc. Ogni persona può avervi accesso, sia alla sua teoria che alla sua pratica.
Nella pratica, non prescrive la professione di monaci ma consiglia di vivere la vita di un casalingo e di praticare, contemporaneamente, lo yoga saiva per il bene della auto-realizzazione.
Non sostiene la vita di renuncia, vieta la soppressione delle emozioni e degli istinti e propugna invece il cammino della loro sublimazione.
Non ignora gli scopi mondani e celesti della vita consistente nei godimenti oggettivi, anzi, propugna un percorso mirato sia a Bhukti (Godimento) che a Mukti (Liberazione), che possono essere perseguiti contemporaneamente.
Non ritiene assolutamente essenziale troppa disciplina riguardo al cibo, ecc.

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